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Certificati e opzioni: cosa sono e come funzionano?

I certificati e opzioni sono due tipologie di strumenti finanziari e due delle possibilità offerte dalle banche per l’investimento di capitali sia piccoli, sia medi e sia grandi.

Inoltre sono strumenti finanziari di non facilissima comprensione ed è proprio per questo motivo che andremo a vedere in maniera precisa come funzionano questi strumenti, quali sono le loro caratteristiche, di che tipologie ne esistono e ovviamente quali sono i loro rischi.

In ogni caso si consiglia vivamente di non inserire in portafoglio certificati e opzioni senza aver prima interpellato un Consulente Finanziario Autonomo che vi potrà aiutare ad evitare errori che potrebbero portarvi a grosse perdite economiche.

Partiamo in questo viaggio iniziando dai certificati per poi passare a trattare l’argomento opzioni.

I certificati: cosa sono

I certificati sono prodotti spinti dalle banche poiché nonostante siano prodotti scadenti permettono un forte guadagno alle banche stesse e al distributore di questo prodotto finanziario (margini che ovviamente sono i costi che paga il cliente).

I certificati sono un prodotto finanziario strutturato e derivato, difficile da capire e complesso. Quindi questo è il mix perfetto per far sì che il risparmiatore si fidi del proprio consulente bancario o della propria banca.

Esistono anche i certificati con capitale parzialmente protetto ma c’è comunque il rischio di perdere una grossa parte del nostro capitale col rischio emittente, rischio liquidità e tutti i costi occulti che questi strumenti presentano.

Abbiamo detto che i certificati sono un prodotto derivato cioè derivano da altri strumenti finanziari.

Questo vuol dire che l’andamento del certificati è legato all’andamento di quest’altro strumento finanziario.

Quest’altro strumento finanziario sono le singole azioni e questo strumento finanziario prende il nome di sottostante.

Quando analizzeremo un certificato ci verrà detto quale sarà il sottostante, per esempio potremmo avere un certificato con un sottostante Unicredit.

In questo caso l’andamento del certificato sarà strettamente legato all’andamento delle azioni di Unicredit in borsa.

Ovviamente possiamo avere un certificato con molteplici sottostanti. 

I rischi dei certificati

Il certificato viene creato da quello che in gergo viene chiamato emittente (può essere una banca o un istituto finanziario in generale come UBS, JPMorgan…).

I certificati vengono costruiti sulle opzioni, che è l’altro strumento finanziario che andremo a vedere ed analizzare in questo articolo.

Gli istituti finanziari quindi sceglieranno quali opzioni comprare da inserire nel certificato.

Sono comunque opzioni irreperibili per il pubblico generico e quindi sono opzioni create da banche per banche.

Quando un istituto vuole creare un certificato quello che farà è acquistare le azioni del sottostante e, facendo così, riceverà quello che è il dividendo distribuito dall’azienda.

Col guadagno ricevuto dal dividendo l’emittente comprerà poi le opzioni.

Con questo capiamo già 3 cose:

1- Se l’azienda sottostante non ha il dividendo non può essere usata per creare il certificato, semplicemente non ci sarebbero i soldi per comprare le opzioni.

Qui sta il primo guadagno per chi ha creato il certificato perché spesso il costo per comprare le opzioni non raggiunge l’ammontare di soldi ricevuti tramite i dividendi.

La differenza quindi tra i costi per comprare le opzioni e il dividendo ricevuto è il primo guadagno dell’emittente che crea il certificato.

2- Il cliente che compra il certificato dovrà rinunciare ai dividendi perché se lo riceve l’emittente non può riceverlo nuovamente il cliente. Questo rappresenta il primo costo per il cliente.

3- Costo del certificato al collocamento: in modo abbastanza simile alle obbligazioni e alle azioni, i certificati vengono prima di tutto distribuiti agli investitori tramite banche.

Sostanzialmente chi crea i certificati contatta altre banche chiedendogli di vendere il prodotto ai propri clienti.

Naturalmente quando compriamo certificati al collocamento dovremmo pagare una certa somma di denaro, pari a circa al 2% o 3%.

Questo significa che se compriamo un certificato a 100€ in realtà vale 98€ o 97€.

Possiamo allora capire immediatamente che comprare i certificati al collocamento è un suicidio finanziario.

È uno degli errori più grandi ma purtroppo molti investitori lo fanno spinti dai loro banchieri di fiducia.

Come per le obbligazioni e le azioni anche per i certificati esiste il mercato secondario.

Se un investitore non vorrebbe più tenere il suo certificato e vorrebbe incassare il guadagno o la perdita data dall’andamento di questo certificato può decidere di venderlo sul mercato secondario.

Lì ci saranno altri investitori oppure istituti finanziari che saranno disposti a comprarlo.

I certificati: quali sono i rischi

Vediamo brevemente quali sono i principali rischi nei certificati. Essi sono:

–   La liquidità: i certificati sono prodotti finanziari che vengono scambiati poco frequentemente sul mercato finanziario e potremmo quindi incorrere in problemi di liquidità.

I certificati non sono molto diffusi, li comprano in pochi, quindi quando vogliamo vendere un certificato che possediamo potrebbe essere difficile farlo perché magari non ci sarà una controparte disposta a comprare il nostro certificato.

E potremmo rischiare di non poterlo vendere del tutto.

–   L’emittente: i certificati vengono creati e venduti da istituti finanziari quindi non è il sottostante che crea e vende il certificato.

Se fallisce il sottostante il nostro certificato potrebbe perdere una parte ingente, se non totale, del suo valore (che è lo stesso rischio delle obbligazioni o delle azioni e questo rischio ci può stare), ma se fallisce l’istituto finanziario che l’ha creato in questo caso il certificato non vale più nulla.

Con i certificati insomma abbiamo un doppio rischio: una volta per il fallimento del sottostante e una volta per il fallimento dell’istituto finanziario.

Cosa che con azioni e obbligazioni non avremmo.

Quante tipologie di certificati esistono

Abbiamo due tipologie di certificati: quelli creati per il trading e quelli creati per gli investimenti.

La prima tipologia è ovviamente indirizzata ai trader. Questi certificati sono principalmente caratterizzati da leve finanziarie alte, volumi bassi (perché pochi li utilizzano) e sono particolarmente rischiosi. Sono quindi non adatti ai principianti.

La seconda tipologia la possiamo suddividere principalmente in due altre:

–   certificati a capitale parzialmente protetto: garantisce delle cedole periodiche, infatti l’istituto finanziario darà delle cedole periodiche provenienti dai guadagni fatti con l’insieme delle opzioni delle quali il certificati è composto. Allo stesso tempo il capitale è protetto solo parzialmente per cui l’investitore potrebbe perdere anche tutto. Questa è una tipologia da evitare perché il rischio che andiamo a correre non giustifica il basso guadagno che riceviamo dalle cedole.

–   certificati a capitale protetto: se il sottostante dovesse scendere sotto la barriera il nostro capitale rimarrebbe intatto. In questo caso però il rischio è quello di non prendere le cedole. Nonostante non abbiamo delle cedole sicure, questa tipologia resta comunque interessante perché è più comparabile a delle vere e proprie obbligazioni ma al contrario di queste hanno delle cedole di poco superiori e quindi dei guadagni leggermente migliori. Se si dovessero trovare dei certificati a capitale protetto con un sottostante tipo l’indice S&P500 sarebbe un prodotto da considerare in un’ottica di diversificazione.

Un’ulteriore categoria sono i certificati con maxi cedola che possono essere estremamente interessanti dal punto di vista fiscale perché in Italia le minusvalenze generate tramite gli investimenti hanno una certa scadenza (5 anni) e le cedole pagate con questi certificati potremmo usarle come compensazione delle minusvalenze che abbiamo.

Attenzione però questo è possibile solo se la cedola non è certa ma vincolata al verificarsi di un evento. Dopo aver compensato le minusvalenze possiamo andare a rivendere il certificato che naturalmente avrà perso un valore pari alla maxi cedola, quella perdita registrata col certificato rappresenterà un’altra minusvalenza che però scadrà fra 5 anni. A livello pratico abbiamo convertito una vecchia minusvalenza con quella del certificato e prolungato la scadenza di 5 anni.

I certificati sono uno strumento che in certe situazioni e per alcune tipologie di investitori, usando i giusti certificati, possono essere utili e portare benefici ad un portafoglio ma bisogna comunque stare attenti perché sono uno strumento molto complesso ed è per questo che è sempre consigliato rivolgersi ad un Consulente Finanziario Autonomo che possa analizzare il singolo certificato per aiutarti a capire se è lo strumento adatto per te ed eventualmente quando inserirlo in portafoglio.

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Le opzioni: cosa sono

Le opzioni sono un contratto di banca in cui si conferisce al possessore il diritto, ma non l’obbligo, di acquistare o vendere un determinato titolo sottostante oggetto del contratto, ad un prezzo prestabilito in fase contrattuale entro una determinata data. Questo contratto di opzione viene stipulato a fronte del pagamento di un premio che in nessun caso può essere recuperato.

Quindi abbiamo un soggetto sottoscrittore che acquista, oppure un soggetto proponente che vende, un’attività sottostante che deve far parte di un mercato con quotazioni ufficiali e riconosciute.

Le opzioni: di quante tipologie ne esistono

Si possono utilizzare quattro differenti tipi di opzioni.

La prima differenza tra le opzioni deriva dalle modalità di esercizio del diritto d’opzione, ed in particolar modo abbiamo:

–   Le opzioni di tipo europeo: che danno il diritto di esercitare l’opzione alla data di scadenza

–   Le opzioni di tipo americano: che danno il diritto di esercitare l’opzione entro la data di scadenza

Quindi in quelle di tipo europeo vi è fissata una data di scadenza e il possessore del contratto potrà decidere di esercitarla solo in quella data specifica.

In quelle di tipo americano invece il possessore del contratto d’opzione potrà esercitare l’opzione in qualunque momento gli aggrada entro e non oltre la data di scadenza.

Quindi il tipo americano è sicuramente più flessibile e da preferire a quello di tipo europeo.

La seconda differenza si ha sul fatto che l’opzione può essere utilizzata sia per acquistare il sottostante che per venderlo.

In particolar modo abbiamo:

–   Le opzioni call: che danno il diritto di acquistare il sottostante ad un prezzo prestabilito.

–   Le opzioni put: che danno il diritto di vendere il sottostante ad un prezzo prestabilito.

In totale, se consideriamo che le opzioni possono essere di tipo americano od europeo, e se consideriamo che possono essere call o put, abbiamo che esistono 4 combinazioni differenti di opzioni.

Ma vediamo meglio come funzionano…

Le opzioni: come funzionano

Venendo al lato più tecnico abbiamo che un contratto d’opzione presenta:

–   Un premio: sarebbe il costo di stipula del contratto

–   Uno strike price: sarebbe il prezzo a cui il contratto stabilisce l’acquisto o la vendita del sottostante

–   La data di scadenza: cioè la data entro la quale occorre esercitare l’opzione

Le opzioni semplicemente sono dei contratti di borsa ed accedendo alla borsa abbiamo la possibilità di vendere questi contratti oppure di comprarli. Per ogni azienda ci sono determinati contratti che possiamo scambiare, con determinate scadenze e dei cosiddetti determinati strike.

Abbiamo quindi che un investitore può decidere, ad esempio, di attivare un contratto d’opzione “call” su un titolo azionario che prevede di acquistare il titolo ad una quotazione fissata oggi entro una determinata data. Oppure viceversa, può decidere di attivarne una “put” per vendere un titolo ad un prezzo fissato oggi entro una determinata data.

Da quanto detto si evince che un’opzione verrà esercitata se e solo se è conveniente farlo.

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Qualche esempio di funzionamento delle opzioni

Facciamo qualche esempio chiarificatore poiché come si accennava più volte in precedenza le opzioni sono uno strumento complesso e non di facile comprensione.

Ad esempio facciamo un contratto che dice: diritto di comprare 100 azioni di Fiat a 10€ l’una entro 3 mesi. Fatto il contratto posso venderlo, quindi andiamo sul mercato e cerchiamo qualcuno che lo voglia comprare. La persona che comprerà questo contratto avrà il diritto di comperare da me 100 azioni di Fiat al prezzo di 10€ e può esercitare questo diritto entro 3 mesi da oggi. Il diritto di compera si chiama Call, quindi chiamare.

Naturalmente farà pagare qualcosa a questa persona per ricevere il contratto, questa cosa si chiama premio. Lo chiamiamo premio proprio perché il contratto è molto simile ad un’assicurazione. Il prezzo al quale le azioni verranno comprate si chiama invece strike e la data di scadenza si chiama semplicemente scadenza.

Immaginiamo adesso che quando abbiamo firmato il contratto il prezzo di un’azione Fiat in borsa era di 9€ e che noi abbiamo venduto quel contratto per 1€ ad azione quindi a 100€. Poniamo inoltre che dopo 3 mesi il prezzo sale a 15€.

La persona a cui avremo venduto il contratto semplicemente eserciterà il contratto e a quel punto quindi la persona chiamerà le sue azioni e da qui capiamo perché il contratto si chiama Call. Ci richiederà quindi di vendergli le azioni al prezzo di 10€ naturalmente.

Andremo quindi sul mercato azionario, compreremo le azioni a 15€ e le venderemo a 10€ con una perdita di 5€ ad azione per un totale lordo di 500€. Non dobbiamo dimenticarci che il compratore ha dovuto pagare un premio di 1€ ad azione nel momento che ha comprato il contratto, per tanto da quei 500€ dobbiamo dedurre i 100€ di premio e la nostra perdita netta sarà di 400€. Quei 400€ sono anche il guadagno di chi aveva comprato il contratto.

Poniamo adesso il caso che il prezzo delle azioni di Fiat in borsa vadano a 5€ ad azione dai 9€ iniziali. Chi ha comprato il contratto non ci chiamerà per esercitare il suo diritto di compera a 10€ perché tanto può comprare le azioni a 5€ sul mercato azionario, pertanto il contratto verrà cestinato e noi avremo incassato il premio di 1€ ad azione, quindi un premio di 100€.

Facciamo adesso un altro contratto, un contratto Put. Tale contratto dice: diritto di vendita di 100 azioni di Fiat a 10€ l’una entro 3 mesi. Fatto il contratto posso venderlo. Come prima, andiamo sul mercato e cerchiamo qualcuno che sia disposto a pagare il premio da me deciso che poniamo a 1€ ad azione. La persona che comprerà il contratto avrà il diritto di vendermi 100 azioni di Fiat a 10€ l’una e io avrò l’obbligo di comprarle. La persona che compra il contratto potrà esercitare il suo diritto in qualsiasi momento entro 3 mesi.

Adesso immaginiamo che il prezzo dell’azione scenda e vada a 5€ ad azione dagli 11€ iniziali. Quello che succederà è che la persona ci eserciterà il suo diritto di vendere le sue azioni a noi e dovremmo comprarle. Possiamo dire che ci piazzerà le sue azioni, per questo motivo chiamiamo il contratto una Put. Noi saremo quindi obbligati a comprare le 100 azioni a 10€ l’una, a quel punto potremo rivenderle sul mercato per 5€ con una perdita di 5€ ad azione per un totale di una perdita lorda di 500€.

Come prima però, chi ha comprato il contratto ha pagato un premio di 1€ ad azione per un totale di 100€ che vanno sottratti ai 500€ e rimaniamo con una perdita di 400€.

Se invece il prezzo fosse andato a 15€ ad azione sul mercato azionario dagli 11€ iniziali allora in quel caso in modo molto simile a prima nulla sarebbe successo.

Semplicemente chi ha comprato il contratto non verrà a venderci le sue azioni a 10€ se può venderle a 15€ sul mercato azionario.

Il contratto quindi verrà cestinato e noi incasseremo il premio di 100€.

Le opzioni: come utilizzarle

Abbiamo quindi capito che un’opzione è un metodo per proteggersi in un mercato a medio o alto rischio.

Infatti ci permette di entrare nel mercato se e solo se la direzione che le quotazioni hanno intrapreso sono per noi favorevoli.

Nel caso contrario si lascia scadere l’opzione e si limita la perdita al solo costo del premio pagato.

In borsa questi contratti sono già pronti e noi dobbiamo solo decidere se comprarli o venderli.

Quando decidiamo di comprarli dobbiamo aspettare che ci sia una controparte che li voglia vendere e quando vogliamo venderli dobbiamo aspettare che ci sia una controparte disposta a comprarli.

Un secondo metodo di utilizzare l’opzione è quello di utilizzarlo come assicurazione da un’escursione sfavorevole del mercato.

Questo tipo di utilizzo è tipicamente utilizzato da aziende che necessitano di comprare e vendere merci o materie prime che possono subire escursioni delle quotazioni o dei cambi di valuta. L’opzione può quindi essere utilizzata per proteggersi da queste variazioni e stabilizzare così i costi di produzione.

Quindi riassumendo possiamo utilizzare le opzioni in due differenti modi.

Uno è la speculazione questo vuol dire che si guadagnerà direttamente tramite l’utilizzo delle opzioni, l’altro metodo è chiamato hedging, normalmente questo implica una riduzione del rischio o dell’incertezza.

Poniamo il caso che si abbia un portafoglio di azioni e si abbia paura che nel prossimo futuro alcune di queste possano perdere tanto valore, ecco che allora posso o vendere le azioni oppure usare le opzioni per proteggermi e fare hedging.

E’ importante capire che quando facciamo hedging l’obiettivo non è guadagnare ma proteggere e ridurre il rischio.

La differenza tra questi due modi di utilizzo è importante perché entrambi i modi sono usati dai vari investitori.

Le opzioni: quali fattori influenzano il loro prezzo

Le opzioni vengono emesse direttamente da un’azienda e sono dette strumenti derivati questo perché si appoggiano parzialmente al valore di un altro sottostante.

Questo può essere ogni tipo di strumento finanziario ovviamente ufficialmente quotato:

–   Azioni

–   Materie prime

–   Valute

–   Indici di borsa

–   Ecc…

Come abbiamo visto prima, in un’opzione c’è quindi un prezzo da pagare chiamato premio che varia continuamente come qualsiasi altro strumento finanziario e questo prezzo viene influenzato in base a 6 fattori:

1) Il prezzo del mercato sottostante

2) Il prezzo di esercizio

3) Il tempo residuo alla data di scadenza

4) La volatilità della quotazione del sottostante

5) Il tasso di rendimento a breve termine privo di rischio

6) Lo stacco di eventuali dividendi del titolo sottostante

In particolar modo riveste una notevole importanza il tempo residuo in quanto questo diminuisce progressivamente nel tempo e permette quindi un utilizzo particolare delle opzioni.

Infatti se il prezzo cambia nulla ci vieta di fare semplicemente compravendita di contratti senza aspettare la scadenza e speculare quindi su questo cambiamento di prezzo.

Le opzioni: le strategie da adottare

All’interno del mercato delle opzioni ci sono principalmente due attori: quelli che sono lì per speculare e quelli che sono lì per fare hedging.

I primi sono lì per guadagnare mentre i secondi per proteggersi.

Questo vuol dire che per gli speculatori diventa un pochino più facile guadagnare tramite le opzioni in quanto ci sono persone che sono disposte anche a perdere.

Infatti normalmente se vogliamo speculare staremo dalla parte dell’assicuratore, quindi venderemo i contratti: mentre se vogliamo fare hedging staremo dalla parte di chi compra i contratti (assicurati) e pagheremo quindi il premio.

Naturalmente le opzioni sono molto più complesse di così e ci sono tantissime strategie che possono essere applicate per guadagnarci.

Come detto, un contratto di opzione prevede il pagamento di un premio che in nessun caso si può recuperare.

Questo significa, che in ogni caso, l’operazione parte in svantaggio del costo del premio.

Inoltre, alla stipula del contratto si prevede l’acquisto o la vendita del titolo sottostante ad un costo rispettivamente maggiore o minore rispetto alla quotazione del titolo in quel momento.

Questo significa che si viene a formare un payoff.

Il primo è quello tipico di un’opzione “call”. Abbiamo un inizio in perdita costante pari al premio fino al raggiungimento dello Strike price. A questo punto il payoff migliora in modo costante fino al momento in cui si incrocia con il livello di pareggio, superato il quale si va in attivo.

Il secondo invece è l’andamento del payoff di un’opzione “put”, che a differenza di quella “call” ha per forza di cose un guadagno limitato.

Questo perché il sottostante può al massimo azzerarsi e non può scendere all’infinito.

Il profitto sarà tanto più grande quanto minore è la quotazione del sottostante rispetto allo Strike price.

Le diverse situazioni in cui può trovarsi l’investitore

In ogni caso, a prescindere se l’opzione è di tipo “call” o “put” possiamo ritrovarci in 3 differenti situazioni:

1) At the money: significa che siamo a pareggio

2) In the money: significa che siamo in attivo

3) Out the money: significa che siamo in perdita

Come si diceva prima, il tempo residuo è particolarmente importante nello stabilire il valore di un opzione.

Infatti, anche se l’opzione serve a proteggere l’acquisto o la vendita di un titolo sottostante, nulla impedisce che si possa comprare e vendere il contratto d’opzione stesso.

Il principio per il quale qualcuno ha interesse a fare una compravendita dei contratti d’opzione deriva dal fatto che, mano a mano che ci si avvicina alla scadenza dello stesso, e in base all’andamento del titolo sottostante, il valore del premio ha una variazione esponenziale che permette di investire in modo indiretto nel titolo generando un effetto leva.

Quindi l’opzione è utilizzabile per investire in leva rispetto al titolo sottostante, e permette di farlo sia puntando al rialzo che puntando al ribasso. Questo è in genere l’utilizzo più frequente delle opzioni.

Concludo dicendo che le opzioni non sono strumenti adatti ad un investitore, e a meno che non sei un trader non le dovresti avere nel tuo portafoglio.

In caso di presenza di tali strumenti nel tuo portafoglio o in caso di dubbi è buona norma chiedere un parere ad un Consulente Finanziario Autonomo.

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