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La pensione pubblica sarà il più grosso problema per i lavoratori italiani

La pensione pubblica è sempre più un miraggio.

Forse è proprio per questo che il problema pensionistico in Italia è un tema di grande attualità.

La speranza di vita è in continuo aumento. Ma se riusciamo a vivere mediamente qualche anno in più rispetto al passato, dobbiamo anche lavorare qualche anno in più.

È questo ciò che ci aspetta nel prossimo futuro.

Analizziamo quali sono gli attuali requisiti per accedere alla pensione pubblica.

La pensione pubblica: quali sono i requisiti?

Per i dipendenti pubblici e privati ci sono diverse possibilità per lasciare il mondo del lavoro ed andare finalmente in pensione. Vediamoli insieme.

La pensione di anzianità prevede 67 anni di età con almeno 20 anni di contributi, sia per gli uomini che per le donne

La pensione anticipata, invece, richiede 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. 

Questi requisiti rimarranno fissi fino al 31 dicembre 2026.

Ma non solo. Con la legge di bilancio del 2022 è stata prorogata sia l’Ape sociale che l’opzione donna. 

Nel dettaglio, l’Ape sociale è prevista per alcune particolari categorie di lavoratori:

  • disoccupati
  • invalidi civili fino al 74%
  • addetti ad attività gravose

Per questi soggetti sussiste la possibilità di andare in pensione all’età di 63 anni e con 30 anni di contributi.

L’opzione donna, invece, è riservata a tutte le lavoratrici che hanno i seguenti requisiti pensionistici: 58 anni (o 59 per le autonome) e contemporaneamente 35 anni di contributi maturati entro il 31 dicembre 2021.

Tutte le lavoratrici in possesso di questi requisiti possono decidere di uscire dal mondo del lavoro, ma devono considerare che l’importo della pensione verrà calcolato esclusivamente con il metodo contribuito. Questo, unito al fatto che gli anni di contribuzione sono 35 anziché 41, comporterà una riduzione significativa dell’assegno pensionistico.

I requisiti per i dipendenti della P.A.

Per i dipendenti pubblici sono previste forti limitazioni a proseguire nel mondo del lavoro una volta maturati i requisiti per accedere alla pensione pubblica.

In particolare:

  • Non è più consentito restare per un’ulteriore biennio sul posto di lavoro una volta raggiunta l’età pensionabile;
  • Introduzione della facoltà di risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro per i dipendenti che hanno raggiunto la massima anzianità contributiva;
  • Permanenza in servizio oltre i 65 anni solo nel caso in cui serva al dipendente per perfezionare il diritto alla prestazione pensionistica.

Quest’ultima limitazione sembra in contrasto con la legge Fornero che invece incentiva i lavoratori a rimanere nel mondo del lavoro il più possibile per ottenere un assegno pensionistico più elevato.

Allo stato attuale, i dipendenti delle P.A. che hanno raggiunto i 65 anni vengono collocati in pensione d’ufficio se hanno maturato un qualsiasi diritto alla pensione. In caso contrario possono proseguire il proprio rapporto di lavoro fino a 66 anni e 7 mesi.

In via del tutto eccezionale è consentito il proseguimento fino a 70 anni se tale prolungamento consente al dipendente pubblico di raggiungere il requisito contributivo (20 anni) per la pensione di vecchiaia.

Invece per quanto riguarda magistrati, avvocati e procuratori dello stato, il loro limite di permanenza è di 5 anni superiore (70 anni) per consentire loro di raggiungere un assegno pensionistico più elevato.

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Quanti lavoratori in Italia si preoccupano della “pensione di scorta”?

Partendo dai dati annuali forniti della COVIP, analizziamo la situazione italiana con riguardo alle adesioni dei lavoratori alla forme pensionistiche complementari.

La popolazione italiana è circa di 60 milioni: quante di queste persone effettivamente lavorano?

Dagli ultimi dati pubblicati, l’attuale forza lavoro in Italia è di 23 milioni di persone.

E quanti lavorati hanno effettivamente aderito alla previdenza complementare?

A fine 2021, il totale dei lavoratori iscritti ad una forma pensionistica complementare è di circa 8,8 milioni.

Quindi, se rapportiamo gli 8,8 milioni di lavoratori ai 23 milioni di lavoratori totali, possiamo dedurre che solo 1/3 dei lavoratori ha pensato seriamente di crearsi una pensione di scorta.

Questo è un dato molto preoccupante in quanto circa 14 milioni di lavoratori non stanno pianificando la propria pensione futura.

Degli 8,8 milioni di lavoratori che si sono avvicinati a prodotti pensionistici complementari:

  • il 52% ha tra i 35 ed i 54 anni
  • il 29% ha più di 55 anni
  • mentre solo il 19% ha meno di 35 anni

Insomma, l’80% ha un’età superiore ai 35 anni.

Per cercare una spiegazione a questi numeri, bisognerebbe analizzare le problematiche del mondo del lavoro ed eventualmente proporre alcune soluzioni.

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Le nuove generazioni: come stanno affrontando il problema della pensione pubblica?

Per le generazioni future, la pensione pubblica sarà un grosso problema.

I giovani d’oggi entrano nel mondo del lavoro tendenzialmente intorno ai 25-30 anni dopo aver concluso il loro percorso di studi.

A questo punto, si passa effettivamente dalla “teoria “ alla “pratica”. 

Cerchiamo di capire perché proprio nei primi 5-10 anni di lavoro non si pensa alla propria pensione futura:

  • Molto spesso i contratti proposti ai neo-laureati sono contratti di stage, contratti a progetto o contratti di apprendistato che non riesco a garantire una certa sicurezza economica al giovane lavoratore;
  • Le generazioni precedenti, i loro nonni o gli stessi genitori, non si sono mai preoccupati di crearsi una pensione integrativa. Perché lo dovrebbero fare loro?
  • I giovani vedono la pensione come qualcosa di molto lontano e preferiscono affrontare questo problema più avanti;
  • Il costo della vita nonché la poca attitudine al risparmio impediscono di accantonare anche solo piccole somme ogni mese.

Queste, a mio avviso, possono essere alcune delle possibili motivazioni che inducono meno del 20% dei lavoratori under-35 a pensare alla propria pensione futura.

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Possibili incentivazioni

Prendiamo le mosse dai dati riportati e cerchiamo possibili incentivi che possano attirare l’attenzione dei lavoratori più giovani sul problema della pensione pubblica.

Innanzitutto, lo Stato potrebbe aiutare i giovani lavoratori con un contributo qualora decidessero di aderire alla previdenza complementare durante i primi anni di lavoro. Per tutti i lavoratori under-35, potrebbe essere generato un credito d’imposta da utilizzare negli anni successivi pari al versamento annuale nel fondo pensione.

Inoltre, si potrebbe raddoppiare il contributo del datore di lavoro per tutti quei lavoratori che aderiscono ad un fondo pensione negoziale.

Questi potrebbero essere solo alcuni incentivi che avrebbero lo scopo di rendere più interessante l’adesione alla previdenza complementare.

Si tratta chiaramente solo di idee personali che però, a mio avviso, avrebbero la forza di smuovere qualcosa.

Lo Stato dovrebbe seriamente pensare a divulgare maggiori informazioni su questo tema, evidenziando i rischi in cui possono incorrere le nuove generazioni che decidano di trascurare questo problema o solamente posticiparlo.

Nel frattempo, se intendi affrontare questo problema il prima possibile e in maniera consapevole e personalizzata, affidati ad un consulente finanziario indipendente.

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